NICOLAMORANDINI

Corti_circuiti - il progetto

I miei corti_circuiti hanno una doppia valenza, un duplice significato.
Il primo riguarda la modalità con cui queste fotografie sono state realizzate: mi piace molto usare la fotografia come metodo di indagine e di studio del territorio, in modo quasi scientifico. Generalmente, quando so di dover passare qualche giorno in una zona che non conosco, scelgo a tavolino un piccolo circuito, un percorso circolare non troppo lungo. Per esperienza, scelgo sempre un percorso lontano dalle mete turistiche, marginale e di confine/transizione (tra il centro e la periferia, tra la periferia e la campagna). Sono generalmente le zone più ricche di elementi particolari, un po' come in ecologia le fasce di ecotono tra ambienti diversi sono quelle più ricche di specie, più resistenti ai cambiamenti, più disordinate e per questo più interessanti. Mi impongo di fotografare esclusivamente lungo questo corto circuito, senza preconcetti e senza un progetto ben definito, lasciandomi sorprendere da ciò che incontro.
Il secondo significato ha a che fare con l'immaginazione: spesso le fotografie fanno scattare in chi le guarda o in chi le fa, una scintilla, generata da un corto circuito mentale che ci porta a vedere nelle cose ordinarie elementi diversi, surreali o straordinari. A volte basta cambiare prospettiva o livello di scala...e le cose ci appaiono immediatamente con forme e significati completamente differenti.



Da un’intervista a cura di Allegra Baggio Corradi, apparsa su Franzmagazine, giugno 2016
I tuoi progetti riguardano lo studio delle trasformazioni del territorio attraverso la fotografia. In che modo questa tecnica si mostra straniante nei confronti della realtà?
«Straniante» vuol dire porsi di fronte ad un determinato paesaggio-ambiente dimenticandosi un po’ di noi stessi, ovvero, come dice Luigi Ghirri, “relazionarsi col territorio in una maniera più elastica, non schematica”, partendo senza regole fisse, preconcetti, o pregiudizi. Inoltre, a mio avviso, significa fotografare attivando un nuovo processo mentale che porti a scoprire nella realtà cose che prima non si vedevano. Con un campo di attenzione differente si ha la possibilità di attribuire agli elementi della realtà un significato diverso e insolito. Una definizione di Paul Eluard riassume perfettamente questi concetti: “vedere è comprendere, giudicare, trasformare, immaginare, dimenticare e dimenticarsi, essere e sparire”.

Le tue sono indagini fotografiche a sfondo sociale o un puro esercizio di osservazione dei luoghi?
Entrambe le cose. Osservare un luogo non significa limitarsi a guardarlo, vuol dire esaminarlo con attenzione, quindi indagarlo. Il mio approccio (scegliere paesaggi anonimi, lontani dalle mete canoniche del turismo, in via del tutto casuale) si avvicina al metodo di indagine del transetto. Questo è un metodo di campionamento che consiste semplicemente nel tracciare un segmento lineare in un bosco, e nel registrare dove questo interseca gli oggetti del nostro interesse.

Cosa significa oggi fotografare in un luogo? Come definiresti il tuo ruolo di fotografo?
Significa lavorare come un cartografo, un esploratore. Immergersi in un luogo senza un progetto ben definito, lasciandosi catturare da ciò che si incontra. Esiste solamente un percorso tracciato e abbozzato. Si tratta però di un itinerario in continuo movimento perché è il lavoro stesso, con le fotografie, a poter suggerire intuizioni diverse e provocare nuovi stimoli. Questo vuol dire attivare una grande curiosità, non scartare nulla a priori, lasciarsi stupire dalla casualità, trovare anche nelle cose ordinarie uno spunto di analisi e di osservazione.
In definitiva, provo a cercare la straordinarietà dell’ordinario, ovvero vedere un paesaggio, anche il meno spettacolare, come se fosse la prima ed ultima volta. Il mio modo di fotografare è legato in modo inscindibile al viaggio vissuto come momento di esplorazione solitaria. Viaggiare da soli consente di sperimentare il mondo in modo più profondo, permette al fotografo di sparire e di lasciarsi andare al territorio che si attraversa. E poi, come dice Wim Wenders, “i fotografi, basta osservarli, non sono mai infelici quando sono soli con i loro apparecchi”.

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