NICOLA MORANDINI

Ventichilometridipaura

Il nuovo album del Ducoli con il Collettivo PLK. Uscirà il 13 aprile e sarà presentato al Piccolo Teatro Libero di Brescia.
Comunque vada, è sempre una grande gioia collaborare con il Ducoli.

Ducoli e il Collettivo PLK: 20 chilometri di paura musicale.
Perché di un disco così? Cosa c'entra nella produzione del Ducoli? Lui è sempre stato un “selvatico”, uno fuori dagli schemi, ma qui sembra uno davvero perso per sbaglio. Allegate al demo di preascolto una sola riga di descrizione: «Dimmi cosa ne pensi, a me piace.»
Primo impatto: una pacchianata. E poteva anche esserlo, almeno nell'idea, ma questi PLK (?) si sono messi a giocherellare con moog, farfise, pianetti vari, oscillators, sintetizzatori e altre cose così, quasi a voler suggerire arrangiamenti pensati che, tuttavia, sembrano addirittura ridicoli.
Secondo impatto: perché cantarlo alla «ducoli», ma con suoni che non sono suoi? La sua voce, in brani come Apprendista alchimista e Medici malati, si conferma come una delle più ricche di personalità in questo povero panorama italiano (sempre più ricco di grandi maestri di dizione e pessimi studenti di grammatica), ma suona fuoriluogo. E la cosa diventa ancora più evidente in un brano come La musica dell'estate, con il benaugurante verso finale “io non voglio più cantare”… un’apparente hit estiva cantata con strane e fuorvianti sfumature bluesey (un melange di critica, amarezza, ironia, rabbia e dolcezza, che mette solo confusione).
Terzo impatto: cosa vuole raccontare questo album? Ci rinuncio. Brani come Gaia, una sorta di grido ecologista più o meno sostenuto, che sembra fare il verso al secondo Battiato, ma anche al Gabriel di Biko, o come Il consumo del suolo, un malriuscito Garbo con garbo, o un’assolutamente infausto Faust'o, hanno il chiaro obiettivo di denuncia sociale, ma il problema sta nel fatto che non si capisce da che parte stiano questi PLK: stanno accusando o si autoaccusano?
Quarto impatto: ci sono cose superlative, ma non è sufficiente. Mario gregario e L'ultimo stronzo potrebbero stare benissimo nei dischi ‘70 di Jannacci, ma sembrano collocarsi meglio negli scatoloni d’autogrill. Ma forse è proprio perché in quegli scatoloni ci si trova anche la “platinum” di Enzo, che hanno voluto mettercisi anche loro (protesta? presunzione? sconfitta? boh?).
Ultimo impatto: disco bocciato. Le canzoni Il sopravvissuto e Il pericolo sociale, una sorta di primo e secondo capitolo di tutto quello che credo si voglia raccontare in questo disco, sono blande, mollicce, ammuffite. Sembrano essere più un “j'accuse” allo zola, che un vero e proprio atto d'accusa alla Zola.
Chiusa: perché 20 km di paura? Un tentativo lirico, forse kubrickiano, che sembra peggiore dei terrificanti tentativi dei nuovi “eroi” dell'indie italiano. L'unica cosa che mette davvero paura in questo album è la descrizione della piattezza della società attuale, peraltro osservata dall'interno, dalla stesa parte dei “cattivi”. Sembra quasi un'ammissione di complicità che tutti noi, volenti o nolenti, avremmo nei confronti di un mondo che ha sempre meno cose buone da salvare. E poi perché autoeleggersi ad ultimi stronzi per poi suggerire che, in una classifica dei migliori coglioni, essere arrivati ultimi può non essere un brutto risultato?
Alla fine di tutto: ricordando che si tratta del primo album del Ducoli in cui non c'è traccia di romanticismo, almeno nel senso più immediato del termine, forse l'unico aspetto importante è che non serve scomodare Garbo, Battiato o Faust'o, proprio perché questo disco ha una sua identità ben specifica… Ed è il Nulla.

(Maximilian Dutchman. RockGuru n. 2812. Lisbona, 11 marzo 2019)

Oggi si passeggia tra cemento e silenzio
Oggi non si sente il rumore
Voglio stare solo … perché voglio fumare
Perché oggi mi respiro il pensiero

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